PROGETTO WATOTO WETU:
Watoto Wetu, che in kiswahili (lingua del Kenya) vuol dire “ragazzi che ricevono istruzione, speranza e amore”, è il primo progetto di adozione a distanza che abbiamo deciso di sostenere. Questo progetto si rivolge ai bambini della parrocchia di Kariobangi, nella periferia di Nairobi (Kenya) rimasti orfani dei genitori a causa dell’AIDS ed è stato pensato e promosso dai missionari comboniani operanti a Nairobi, capitale del Kenya. Non si tratta di una adozione individuale, di un solo bambino, ma dell’adozione dell’intero progetto: nessuno correrà così il rischio di rimanere escluso.
Dopo aver contribuito alla realizzazione della struttura terminata nel 2002, ci siamo impegnati a mantenere la scuola attraverso il sostegno a distanza, grazie al quale è possibile sostenere il costo per l’acquisto del materiale scolastico necessario a ciascun bambino, un pasto al giorno e le spese scolastiche che comprendono gli stipendi degli insegnanti locali. Oggi, dopo cinque anni di sostegno, si è raggiunta la quota di 220 bambini ed adolescenti che regolarmente possono frequentare una scuola a tempo pieno e dotarsi degli strumenti utili all’istruzione e al proprio sostentamento. Di certo non ci si può fermare a loro, ma con l’impegno di chi rinnoverà l’adozione e di chi, magari la sottoscriverà per la prima volta, ci si potrà prender cura delle ancora migliaia di ragazzi costretti a vivere di stenti e degrado sulle strade.
A gennaio parte ogni anno un nuovo anno scolastico, che termina nel mese di ottobre e padre Mario Porto, il missionario comboniano responsabile della struttura, ci ha raccontato che le richieste di iscrizione sono sempre molto numerose e non tutte, purtroppo, possono essere accolte per motivi di spazio. La precedenza verrà offerta ai bambini che vivono situazioni più difficili e che sono più soli. Per partecipare al futuro e alla realizzazione dei sogni di questi bambini e ragazzi, il progetto prevede 2 possibilità:
Il primo racconto è quello di Esther Wambui, 13 anni, figlia di una ragazza madre vissuta in una delle piccole baraccopoli di cui è punteggiata la parrocchia di Kariobangi. Esther è rimasta orfana e vive con la nonna anziana e ammalata e con un altro bambino lasciato dalla mamma. Di loro si prende cura in tutto rinunciando alla spensieratezza, alla gioia e alle possibilità di cui godono e dovrebbero godere tutti i bambini della terra. Prima di essere accolta al "Watoto Wetu" ha sofferto anche la fame e la mancanza di vestiti. Nonostante tutte queste difficoltà, Esther è una ragazzina disciplinata, socievole e di gentili maniere. Scolasticamente è la prima della classe (seconda elementare).
La seconda storia è quella di Morris Mburu. Egli ha 14 anni e frequenta la quinta elementare. dopo la morte in successione del papà e della mamma, vive con una zia ammalata di AIDS che continua a mantenersi facendo e vendendo articoli in perline. Vivendo nella baraccopoli di Korogocho è circondato da varie calamità, tra cui la diffusa piccola criminalità e la droga. Non gli è facile vivere con la zia che spesso sta molto male e non riesce a procurarsi di che mangiare. Ultimamente è proprio lui che deve procurare da mangiare per la zia e la cuginetta e questo ha inciso sul suo sviluppo personale. E' molto solo e ha un grande desiderio di studiare e di essere sostenuto moralmente. E' un ragazzo buono e rispettoso che si impegna molto a livello scolastico.
Infine c'è la storia di Teresia Nduku, ragazza di quasi 15 anni che frequenta la quinta elementare. Anche lei è figlia di una ragazza madre malata di AIDS che manteneva le sue due bambine vendendo verdure sulla porta della sua baracca. Teresia si è trovata ad assistere la mamma sofferente ed agonizzante e, alla sua morte, a prendersi cure della sorella più piccola. Le due bambine hanno continuato a vivere nella baracca di lamiera grazie all'aiuto dei vicini che hanno provveduto a dar loro farina e verdure per nutrirsi. Da quando sono state accolte al "Watoto Wetu" la personalità di Teresia è diventata straordinaria per la carica umana, la responsabilità e il servizio agli altri. E' la prima della sua classe e ha una sensibilità e una dedizione incredibili.
PROGETTO PRO LIFE:
Il progetto “Pro-Life” è una delle nuove iniziative che proponiamo ai soci, ai sostenitori e a chi stabilisce un contatto con noi. È dal ritorno dal Kenya di alcuni amici nel marzo 2006 che è sorta l’esigenza e il desiderio di sostenere l’opera instancabile di alcune suore comboniane che recuperano dalla strada giovanissime ragazze gravide o da poco divenute madri e propongono loro un percorso di riconciliazione con la propria storia e con le loro relazioni familiari.
Il dibattito sull’aborto in Kenya è tuttora aperto perchè la legge originaria emanata in epoca coloniale permette l’interruzione della gravidanza solo per motivi di salute. A fronte di un milione di nascite, gli aborti clandestini stimati sono 250.000, 2.500 dei quali provocano la morte della mamma. Ogni giorno, da 40 a 60 donne arrivano d’urgenza al più grande ospedale della capitale, con gravi complicazioni causate da un aborto malfatto. Il progetto “Pro-Life”, pensato e voluto dalle suore comboniane operanti a Kariobangi, parrocchia immersa nelle baraccopoli della periferia, si propone di offrire sostegno materiale e psicologico alle tante ragazze che si trovano ad affrontare gravidanze non desiderate al fine di proteggere e tutelare il loro futuro e quello del bambino.
Ciò che proponiamo è il sostegno a distanza di uno dei tanti nuclei madre-bambino con i quali le suore prendono contatto. Con un contributo di 120 € all’anno vengono pagati ed assicurati una serie di servizi qui sotto elencati:
Rebecca è una ragazza ugandese di 15 anni che ha conosciuto un ragazzo della Parrocchia di Kariobangi, a Nairobi. Come spesso accade in situazioni di ignoranza e povertà, Rebecca è rimasta incinta. La sua famiglia, indignata ed offesa, non ha accettato la situazione e l’ha mandata a cercare questo suo amico per sposarlo. Lei è arrivata a Kariobangi con pochi bagagli e senza soldi. Dopo esser stata aiutata un po’ dalla gente, è stata portata così com’era, piccola e anche un po’ ingenua, al centro Pro-Life. Non aveva nessun familiare e non conosceva nessuno del posto. L’equipe ha cercato una soluzione che fosse di aiuto per lei ma senza risultati. Alla fine è stata portata in una casa gestita da alcune suore che, a pagamento, l’avrebbero ospitata fino al parto e dopo l’avrebbero riportata in Uganda dove aveva la sua famiglia. Arrivato il momento del parto ci sono state molte complicazioni e, a causa del suo fisico ancora troppo giovane e minuto, ha dovuto subire il taglio cesareo e fortunatamente sia lei che il suo bambino hanno superato quel momento difficile. Rebecca però non aveva più fiducia in alcuno dei parenti ugandesi e chiese di essere accompagnata a casa della nonna che abitava in Rwanda. Per il suo bene, è stata accontenta e quando il bambino ha compiuto 2 mesi le è stato offerto il viaggio per il Rwanda.
Nduta è una ragazza che viveva in una casa di Nairobi insieme ad altre due amiche per dividere con loro le spese per l’affitto. È rimasta con loro anche durante la gravidanza ma quando ha deciso di non abortire le ragazze l’hanno lasciata fuori da casa perchè non era possibile mantenere entrambi. Dopo essere andata da altre amiche che però non erano in grado di offrirle ospitalità, si è rivolta ad una clinica dove l’hanno aiutata a partorire ma volevano in cambio che vendesse la bambina per pagare la retta di degenza. Addirittura l’infermiera della clinica smise di curarle e le tenne come prigioniere fino a quando fossero state pagate le spese. Venendo a conoscenza della situazione, l’equipe del Pro-Life pagò la quota e la ospitarono al centro per darle un aiuto. Nduta non aveva niente per sfamare la figlia e, nonostante diversi tentativi di persuasione, aveva deciso di affidare la figlia all’orfanotrofio delle suore di Madre Teresa dall’altra parte della città, ma non riuscì a raggiungerlo. Tornò allora al Pro-Life e chiese di nuovo aiuto per iniziare una nuova vita con sua figlia e così è stato: per i primi mesi le volontarie del centro e le suore l’hanno aiutata nella gestione della bambina e successivamente le hanno fornito il necessario per dormire, mangiare e pagare l’affitto della casa dove viveva. Le sue giornate diventarono presto rivolte all’accudimento e alla cura della figlia che per poco non aveva perso. Ora è tornata dalla sua famiglia nel villaggio molto contenta e riconoscente al centro Pro-Life che ha permesso di salvare sua figlia e il loro rapporto.
Sarah Nekesa è una ragazza di 16 anni e mamma di un bambino di un mese. Vive con sua madre alcolizzata che per sfamarsi si prostituisce. È la stessa madre che ha deciso di rivolgersi al Pro-Life chiedendo che Sarah potesse essere inserita nel progetto e potesse usufruire del cibo e di tutto quello di cui aveva bisogno per evitare che seguisse la sua strada. Attualmente Sarah è seguita dalle suore che portano avanti il progetto Pro-Life e con lei si cerca di fare un percorso di maturazione e di consapevolezza della sua maternità.
PROGETTO WATOTO WETU:
i bambini ricevono istruzione, speranza ed amore!
Watoto Wetu, che in kiswahili (lingua del Kenya) vuol dire “ragazzi che ricevono istruzione, speranza e amore”, è il primo progetto di adozione a distanza che abbiamo deciso di sostenere. Questo progetto si rivolge ai bambini della parrocchia di Kariobangi, nella periferia di Nairobi (Kenya) rimasti orfani dei genitori a causa dell’AIDS ed è stato pensato e promosso dai missionari comboniani operanti a Nairobi, capitale del Kenya. Non si tratta di una adozione individuale, di un solo bambino, ma dell’adozione dell’intero progetto: nessuno correrà così il rischio di rimanere escluso. Dopo aver contribuito alla realizzazione della struttura terminata nel 2002, ci siamo impegnati a mantenere la scuola attraverso il sostegno a distanza, grazie al quale è possibile sostenere il costo per l’acquisto del materiale scolastico necessario a ciascun bambino, un pasto al giorno e le spese scolastiche che comprendono gli stipendi degli insegnanti locali. Oggi, dopo cinque anni di sostegno, si è raggiunta la quota di 220 bambini ed adolescenti che regolarmente possono frequentare una scuola a tempo pieno e dotarsi degli strumenti utili all’istruzione e al proprio sostentamento. Di certo non ci si può fermare a loro, ma con l’impegno di chi rinnoverà l’adozione e di chi, magari la sottoscriverà per la prima volta, ci si potrà prender cura delle ancora migliaia di ragazzi costretti a vivere di stenti e degrado sulle strade.
A gennaio parte ogni anno un nuovo anno scolastico, che termina nel mese di ottobre e padre Mario Porto, il missionario comboniano responsabile della struttura, ci ha raccontato che le richieste di iscrizione sono sempre molto numerose e non tutte, purtroppo, possono essere accolte per motivi di spazio. La precedenza verrà offerta ai bambini che vivono situazioni più difficili e che sono più soli. Per partecipare al futuro e alla realizzazione dei sogni di questi bambini e ragazzi, il progetto prevede 2 possibilità:
- un contributo pari a 200 € annue (quota che comprende il mantenimento annuale di uno studente insieme alle spese scolastiche, al materiale didattico e ad un pasto quotidiano.)
- un contributo pari a 80 € annue (quota che comprende le spese per l’acquisto del materiale scolastico necessario.)
Il primo racconto è quello di Esther Wambui, 13 anni, figlia di una ragazza madre vissuta in una delle piccole baraccopoli di cui è punteggiata la parrocchia di Kariobangi. Esther è rimasta orfana e vive con la nonna anziana e ammalata e con un altro bambino lasciato dalla mamma. Di loro si prende cura in tutto rinunciando alla spensieratezza, alla gioia e alle possibilità di cui godono e dovrebbero godere tutti i bambini della terra. Prima di essere accolta al "Watoto Wetu" ha sofferto anche la fame e la mancanza di vestiti. Nonostante tutte queste difficoltà, Esther è una ragazzina disciplinata, socievole e di gentili maniere. Scolasticamente è la prima della classe (seconda elementare).
La seconda storia è quella di Morris Mburu. Egli ha 14 anni e frequenta la quinta elementare. dopo la morte in successione del papà e della mamma, vive con una zia ammalata di AIDS che continua a mantenersi facendo e vendendo articoli in perline. Vivendo nella baraccopoli di Korogocho è circondato da varie calamità, tra cui la diffusa piccola criminalità e la droga. Non gli è facile vivere con la zia che spesso sta molto male e non riesce a procurarsi di che mangiare. Ultimamente è proprio lui che deve procurare da mangiare per la zia e la cuginetta e questo ha inciso sul suo sviluppo personale. E' molto solo e ha un grande desiderio di studiare e di essere sostenuto moralmente. E' un ragazzo buono e rispettoso che si impegna molto a livello scolastico.
Infine c'è la storia di Teresia Nduku, ragazza di quasi 15 anni che frequenta la quinta elementare. Anche lei è figlia di una ragazza madre malata di AIDS che manteneva le sue due bambine vendendo verdure sulla porta della sua baracca. Teresia si è trovata ad assistere la mamma sofferente ed agonizzante e, alla sua morte, a prendersi cure della sorella più piccola. Le due bambine hanno continuato a vivere nella baracca di lamiera grazie all'aiuto dei vicini che hanno provveduto a dar loro farina e verdure per nutrirsi. Da quando sono state accolte al "Watoto Wetu" la personalità di Teresia è diventata straordinaria per la carica umana, la responsabilità e il servizio agli altri. E' la prima della sua classe e ha una sensibilità e una dedizione incredibili.
PROGETTO PRO LIFE:
in sostegno e a favore della vita!
Il progetto “Pro-Life” è una delle nuove iniziative che proponiamo ai soci, ai sostenitori e a chi stabilisce un contatto con noi. È dal ritorno dal Kenya di alcuni amici nel marzo 2006 che è sorta l’esigenza e il desiderio di sostenere l’opera instancabile di alcune suore comboniane che recuperano dalla strada giovanissime ragazze gravide o da poco divenute madri e propongono loro un percorso di riconciliazione con la propria storia e con le loro relazioni familiari. Il dibattito sull’aborto in Kenya è tuttora aperto perchè la legge originaria emanata in epoca coloniale permette l’interruzione della gravidanza solo per motivi di salute. A fronte di un milione di nascite, gli aborti clandestini stimati sono 250.000, 2.500 dei quali provocano la morte della mamma. Ogni giorno, da 40 a 60 donne arrivano d’urgenza al più grande ospedale della capitale, con gravi complicazioni causate da un aborto malfatto. Il progetto “Pro-Life”, pensato e voluto dalle suore comboniane operanti a Kariobangi, parrocchia immersa nelle baraccopoli della periferia, si propone di offrire sostegno materiale e psicologico alle tante ragazze che si trovano ad affrontare gravidanze non desiderate al fine di proteggere e tutelare il loro futuro e quello del bambino.
Ciò che proponiamo è il sostegno a distanza di uno dei tanti nuclei madre-bambino con i quali le suore prendono contatto. Con un contributo di 120 € all’anno vengono pagati ed assicurati una serie di servizi qui sotto elencati:
- Viene assicurata l’assistenza ospedaliera sia della mamma che del neonato;
- Viene promossa la riconciliazione della giovane con la propria famiglia grazie al lavoro di un consulente familiare;
- Qualora la ragazza-madre fosse rifiutata dai familiari, le viene pagato un alloggio provvisorio in una casa che ospita ragazze in queste particolari condizioni fino alla nascita del neonato;
- Viene supportata la ricerca di un lavoro che permetta alla madre di seguire la crescita del proprio bambino e di provvedere al suo sostentamento;
- Vengono pagate le cure necessarie in caso di malattia del neonato;
- Viene fornita un’assistenza particolare in caso di parto cesareo;
- Vengono tenuti corsi di formazione per le rappresentanti “Pro-Life” delle Piccole Comunità di Base;
- Vengono stipendiati assistenti sociali e consulenti familiari la cui presenza risulta essere necessaria per assicurare qualità al servizio.
- 1 completo per neonato;
- 3 pannolini di stoffa;
- 4 spilloni di sicurezza;
- 2 mutande da neonato;
- 1 completo per neonato in lana;
- 1 kitenge; (pareo utilizzato per legare il bambino alla schiena)
- 1 coperta da neonato;
- 2 vestiti da neonato;
- 1 biberon.
Rebecca è una ragazza ugandese di 15 anni che ha conosciuto un ragazzo della Parrocchia di Kariobangi, a Nairobi. Come spesso accade in situazioni di ignoranza e povertà, Rebecca è rimasta incinta. La sua famiglia, indignata ed offesa, non ha accettato la situazione e l’ha mandata a cercare questo suo amico per sposarlo. Lei è arrivata a Kariobangi con pochi bagagli e senza soldi. Dopo esser stata aiutata un po’ dalla gente, è stata portata così com’era, piccola e anche un po’ ingenua, al centro Pro-Life. Non aveva nessun familiare e non conosceva nessuno del posto. L’equipe ha cercato una soluzione che fosse di aiuto per lei ma senza risultati. Alla fine è stata portata in una casa gestita da alcune suore che, a pagamento, l’avrebbero ospitata fino al parto e dopo l’avrebbero riportata in Uganda dove aveva la sua famiglia. Arrivato il momento del parto ci sono state molte complicazioni e, a causa del suo fisico ancora troppo giovane e minuto, ha dovuto subire il taglio cesareo e fortunatamente sia lei che il suo bambino hanno superato quel momento difficile. Rebecca però non aveva più fiducia in alcuno dei parenti ugandesi e chiese di essere accompagnata a casa della nonna che abitava in Rwanda. Per il suo bene, è stata accontenta e quando il bambino ha compiuto 2 mesi le è stato offerto il viaggio per il Rwanda.
Nduta è una ragazza che viveva in una casa di Nairobi insieme ad altre due amiche per dividere con loro le spese per l’affitto. È rimasta con loro anche durante la gravidanza ma quando ha deciso di non abortire le ragazze l’hanno lasciata fuori da casa perchè non era possibile mantenere entrambi. Dopo essere andata da altre amiche che però non erano in grado di offrirle ospitalità, si è rivolta ad una clinica dove l’hanno aiutata a partorire ma volevano in cambio che vendesse la bambina per pagare la retta di degenza. Addirittura l’infermiera della clinica smise di curarle e le tenne come prigioniere fino a quando fossero state pagate le spese. Venendo a conoscenza della situazione, l’equipe del Pro-Life pagò la quota e la ospitarono al centro per darle un aiuto. Nduta non aveva niente per sfamare la figlia e, nonostante diversi tentativi di persuasione, aveva deciso di affidare la figlia all’orfanotrofio delle suore di Madre Teresa dall’altra parte della città, ma non riuscì a raggiungerlo. Tornò allora al Pro-Life e chiese di nuovo aiuto per iniziare una nuova vita con sua figlia e così è stato: per i primi mesi le volontarie del centro e le suore l’hanno aiutata nella gestione della bambina e successivamente le hanno fornito il necessario per dormire, mangiare e pagare l’affitto della casa dove viveva. Le sue giornate diventarono presto rivolte all’accudimento e alla cura della figlia che per poco non aveva perso. Ora è tornata dalla sua famiglia nel villaggio molto contenta e riconoscente al centro Pro-Life che ha permesso di salvare sua figlia e il loro rapporto.
Sarah Nekesa è una ragazza di 16 anni e mamma di un bambino di un mese. Vive con sua madre alcolizzata che per sfamarsi si prostituisce. È la stessa madre che ha deciso di rivolgersi al Pro-Life chiedendo che Sarah potesse essere inserita nel progetto e potesse usufruire del cibo e di tutto quello di cui aveva bisogno per evitare che seguisse la sua strada. Attualmente Sarah è seguita dalle suore che portano avanti il progetto Pro-Life e con lei si cerca di fare un percorso di maturazione e di consapevolezza della sua maternità.



